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19 Novembre 2011

La storia delle Moto Guzzi V7 – I bufali di Mandello
La V7 è stata una delle moto più rappresentative della storia della
Moto Guzzi
La grande famiglia delle Moto
Guzzi V7,
con le sue quattro versioni pure: V7
700, V7 Special, V7 Sport e V7 850GT,
l’allestimento California e le sue versioni derivate: S, S3, T, T3,
è stata concepita tra il 1959 ed il 1975. In questi anni,
precisamente alla fine del 1959, l’ingegner Giulio
Cesare Carcano,
storico progettista del Reparto Corse e colui che creò molte delle
Moto Guzzi da Gran Premio, realizzò, in completa autonomia, un
potente motore bicilindrico
a V di 90°,
che diventò l’invincibile capostipite di una lunghissima progenie di
due cilindri, che ancora oggi ogni modello di Moto Guzzi sfoggia con
grande baldanza. In questa sede cercheremo di raccontare al meglio
tutta la storia di queste incredibili bicilindriche, dividendola in
due puntate: una la state leggendo ora e, la seconda sarà online tra
una settimana esatta.
La V7 fu presentata ufficialmente, nel
1965, al Salone del Ciclo e Motociclo di Milano,
in un contesto commerciale non facile per la Moto Guzzi; la casa di
Mandello sul Lario, infatti, risentì molto delle sfortunate
operazioni economiche operate dai Parodi, storici proprietari del
Marchio. In seguito, la situazione si risolleverà solamente grazie
alla gestione SEIMM. Molto successo ebbe la V7, soprattutto nelle
sue versioni Special
e Sport:
le sue doti erano infatti la grande affidabilità, la resistenza e la
potenza. La V7 Special, in particolare, all’epoca aveva come rivali:
laBmw
R75/5,
sicuramente più blasonata, rifinita, ma meno tetragona della nostra
moto nazionale; la Bsa
Lightning,
molto elegante, ma alquanto ed irrimediabilmente delicata, come
tutte le britanniche. La V7 Sport, invece, vedeva come proprie
antagoniste le nipponiche: Honda
CB 750 Four, Kawasaki 750 H2, Suzuki 750 GT,
molto veloci, scintillanti, accessoriate, ma, rispetto alla Moto
Guzzi Sport, molto meno affidabili in generale e nelle curve in
particolare: infatti la Sport era dotata di un telaio progettato e
costruito dall’ingegner Lino
Tonti -
ex Benelli, Aermacchi, Bianchi e Gilera – che reagiva ottimamente
anche alle alte velocità.
La V7, in listino fino al 1975, nelle sue varie versioni ed
allestimenti, è oggi considerata un cult: una moto che fu progettata
essenzialmente per durare nel tempo e per non sfigurare nemmeno
rispetto alle moto più moderne. Nel giugno e nell’ottobre del 1969,
sulla pista
d’alta velocità di Monza,
la V7 stabilì numerosi record mondiali delle classi 750 e 1000 cc;
il motore era derivato da quello della Special e fu affidato alla
bravura dei piloti Vittorio Brambilla, Alberto Pagani, Patrignani,
Bertarelli, Tenconi, Trabalzini e Venturi. Questo bolide da
competizione erogava
68 CV a 6500 giri,
con compressione di 9,6:1; i carburatori erano i leggendari
Dell’Orto SSI da 38 mm; il cambio rimaneva di serie a 4 velocità,
con rapporto modificato alla coppia finale. Per poter aumentare la
velocità di punta la moto fu alleggerita e, togliendo parecchi
accessori, arrivò
a pesare solamente 158 Kg,
compresa la carena in vetroresina ed il capiente serbatoio
in lega leggera da 29 litri.
I risultati raggiunti furono i 100 Km alla
media di 218,426 Km/h, l’Ora a 217,040 Km/h ed i 1000 Km a 205,932
Km/h.
Visti i record raggiunti dai due prototipi e viste inoltre le
numerose richieste della clientela sportiva, la Moto Guzzi lanciò
sul mercato, nel 1971, la prima versione di serie della V7 Sport,montata
a mano presso il Reparto esperienze Moto
Guzzi. La moto sfoggiava un telaio in cromo-molibdeno rosso, livrea
verde metallizzata, con parafanghi cromati: era bellissima, sportiva
e soprattutto molto potente e veloce.
1965: LA V7 700
Questa motocicletta era dotata di un motore
semplificato rispetto al prototipo del
bicilindrico di Carcano, che originariamente avrebbe dovuto avere un
uso puramente automobilistico. Tale massiccio motore, pesante
92 Kg compreso
di blocco trasmissione, era dotato di un unico
albero a camme al
centro della V dei due cilindri; la distribuzione era ad aste e
bilancieri, molto robusta e duratura e l’albero motore in acciaio in
un unico pezzo. I due imponenti cilindri erano in lega leggera ed
avevano una particolarità, apparsa per la prima volta in ambito
motociclistico: le
canne cromate.
Le valvole erano inclinate di 70°, i due carburatori Dell’Orto SSI
da 29 mm e l’accensione a spinterogeno. La frizione
era a doppio disco a secco ed
il cambio a quattro rapporti azionato da una leva a bilanciere sulla
destra del propulsore, la trasmissione finale, invece, ad albero
cardanico.
I collaudi del prototipo della V7 700 iniziarono nel 1964. Lo
scheletro di tal modello primordiale era un telaio
a doppia culla chiusa in
tubi d’acciaio, forcella anteriore teleidraulica a steli rovesciati
e forcellone posteriore oscillante per mezzo di un doppio
ammortizzatore idraulico a
molla esterna cromata regolabile su 3 posizioni, che la rendevano
sicuramente molto morbida e confortevole; i freni a tamburo
misuravano 220 mm ed avevano la doppia camma anteriore e la singola
posteriore. Il peso della V7, 230
Kg, era decisamente elevato rispetto alla mediadelle
altre motociclette, ma ciò faceva intendere quanto questo mezzo
fosse robusto e soprattutto affidabile, soprattutto se si pensa che
la suavelocità
di punta toccava i 160 Km/h.
1969: LA V7 SPECIAL
La V7 700 rimase in produzione fino al 1969 quando passò il
testimone alla celeberrima V7
Special:
sicuramente il modello più rappresentativo negli anni in cui la Moto
Guzzi passò alla gestione SEIMM. Fu proprio la motocicletta che
servì per rilanciare il Marchio italiano dopo la già accennata crisi
interna. La Special venne progettata
da Lino Tonti e
dal Reparto esperienze con motore
di 757,4 cc e
le differenze rispetto alla 700 cc non furono copiose, ma
significative. Sicuramente le più lampanti sono quelle cromatiche:
la V7 Special aveva, infatti, una
sola livrea bianca con
il dorso del serbatoio nero, i filetti rossi e le svasature cromate
del serbatoio - ora di forma diversa data la maggiore capacità -
all’altezza delle ginocchia; una delle più importanti differenze, se
non la più importante, a parte l’aumento di cilindrata, consisteva
nei carburatori che erano sempre Dell’Orto,
ma VHB a valvola piatta da 29 mm muniti
di leva dell’aria. Altri miglioramenti, visto anche l’incremento
della potenza, furono: l’adozione di un rinforzo
del telaio nella zona del cannotto di sterzo e
l’irrigidimento della forcella, sicuramente più prestazionale e
sicura nel misto. La strumentazione era sicuramente più completa,
perché dotata anche di un contagiri, del quale la 700 era mancante;
mentre il motorino di avviamento si azionava non più girando
solamente la chiave nel cruscotto, ma
spostandola solo per creare contatto elettrico,
dovendo poi comunque premere il pulsante della messa in moto, sito
sulla destra del manubrio in posizione molto riparata, ma molto
agevole per il fortunato centauro.
Gli accessori forniti dalla Casa Madre erano molteplici: il grande
cupolone in vetroresina in
tinta con il colore della moto, che la rendeva sicuramente più
imponente di quanto già non fosse; il paracolpi posteriore cromato,
utilissimo al passeggero per poggiarvi i piedi, sia per questioni di
sicurezza in caso di incidente; le borse
laterali di
due tipi, entrambe in ferro complete del loro telaio cromato di
fissaggio alla moto, relativamente capienti ed infine, per le
versioni militari, la sirena. La Special era definita anche mucca,
per via del colore della
livrea che ricordava le mucche di razza Frisona bianche
e nere anch’esse. La facilità di guida era una delle peculiarità
della mucca di Mandello, ilcomfort
e la maneggevolezza erano
doti che le venivano direttamente dalla sella molto ampia e dalle
sospensioni soffici, che avevano però il grande limite delle curve,
ma solo se affrontate con imperizia o con guida molto sportiva a
velocità elevata. Quando si guidava su una Special sembrava di
essere seduti su un comodo motore che, possente, poteva soddisfare
in ogni situazione, anche nelle asperità delle strade malmesse. Per
la prima volta la Moto Guzzi riuscì ad esportare, proprio a seguito
di molteplici richieste civili e commesse militari, questa
solidissima e veloce motocicletta, denominata però Ambassador
e California,
fino a Los Angeles - dov’era utilizzata dalla polizia - passando da
alcune Nazioni europee. Era una vera maximoto da granturismo, utile,
pratica ed indistruttibile, capace di macinare migliaia di
chilometri.
La storia delle Moto Guzzi V7 (seconda parte)
Con la mitica V7 Sport e la 850 si conclude la saga dei Bufali
di Mandello
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